Due mesi di convivenza, due mesi di gaiosi “ciaooooo, ci vediamo stasera” di cui sotto hanno creato turbativa nella mia scala di valori (per la verità piuttosto irrequieta di norma).
Fine luglio da pellicola cinematografica (di serie B, of course), con lui e lei che con estrema naturalezza, tenerezza e innocenza (du maròn l’innocenza… ma va beh) si ritrovano a dormire insieme abbracciati.
Pochi minuti di poche parole solo per dirci che sì, abbiamo scavalcato la linea di confine tra l’amicizia e l’affetto e che sì, forse è il caso che dopo il mese di lontananza forzata facciamo un po’ il punto della situazione.
Il cuoricino si risveglia da un pluriennale torpore. La testa tenta di frenarlo e, al principio, vi riesce. Poi è tempo di vacanze. Lei va via con “l’altro” tra un “approfitto solo di un’occasione” ed un “sai non voglio essere mielosa, ma so già che mi mancherai”.
Io solita vacanza “dove-di-trombare-non-se-ne-parla”
La ragione finalmente soccombe, il cuoricino con un moto d’orgoglio prende il sopravvento e tra mille dubbi e timori si decide che sì, la vita da eremita ha da finire.
“Stare solo” è bellissimo, ma lei lo è di più.
Solo che… solo che lei non la pensa così.
Al suo ritorno è un’apoteosi di “sono insicura”, “non so cosa voglio”, “conosci la mia situazione e sai che è difficile”.
Il meglio del meglio: “non voglio prendermi il lusso di rischiare di sbagliare con te”
Mi infastidisco: passi per il rifiuto, ma ‘ste puttanate da 16enne no, Cristo. Di anni ne hai 28, sei una donnina ormai.
Passi il rifiuto, ma almeno che si chiamino le cose con il loro nome santo cielo.
Il nome, più precisamente, è quello dell’”altro” che pare soffra della stessa mia sindrome. Pare, ma mi potrei sbagliare, che abbia dovuto ascoltare pressappoco le stesse frasi.
La fanciulla, sempre quella per cui daresti il famoso album della Panini dell’88/’89, sta solo tenendo i piedi in due scarpe (temo) in attesa di scegliere con cura.
E lo fa bene la ragazza.
Si intrufola in casa mia chiedendo ospitalità per l’ultima notte prima di trasferirsi nella sua nuova casetta milanese. Accordato (scala felicità: 6)
Arrivo a casa che è già lì. Mi vede, mi accoglie con un sorriso radioso, mi bacia e mi abbraccia. Irretito (scala felicità: 8)
Divano; lei si accoccola. Completamente rincoglionito e gongolante (scala felicità: 9)
Dopo qualche schermaglia di rito si passa alle cose serie; è ora di dire che ho le idee abbastanza chiare su ciò che desidero. Illuso. (scala felicità: 8 – c’è un po’ di timore latente)
Lei parte in quarta con “il manuale della perfetta 16enne”. Disilluso. (scala felicità: 7 – si spera ancora in un recupero nel finale)
La situazione ristagna. Disincantato. (scala felicità: 5)
E’ ora di dormire, lei si intrufola sotto le coperte. Coglione (scala felicità: 4)
Lei si avvicina: vuole delle coccole. Respinta (scala felicità: 6 – coglione sì ma fino ad un certo punto)
Lei volta le spalle e si addormenta in un attimo (scala felicità: 3 – no no, sono proprio coglione, a lei non è che tutto sommato le importassero così tanto le coccole)
Non prendo sonno. Indispettito. (scala felicità: 1 – non soffro di insonnia dall’87)
Mi alzo e mi metto a leggere sul divano.
Dormo lì.
Oggi ho mal di schiena.
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