Ameno paese Adriatico, estate 2007:
il capitano ArkadyAchab solca il mare a bordo di barca a vela in compagnia di altri 4 amici – a bordo c’erano 3 fanciulli e 2 fanciulle (indovinate chi era il fanciullo “scompagnato”) le condizioni meteo sono ottimali, il cielo terso, il vento una brezza moderata perfetta per veleggiare divertendosi senza affaticarsi troppo.
L’equipaggio se la gode e si divide equamente tra regolazioni esasperate delle vele (assolutamente arbitrarie, inefficaci e prive di alcun fondamento teorico), molta lettura e qualche sudoku.
Dopo 6 ore passate in questa paradisiaca condizione comincia a profilarsi un po’ di nero all’orizzonte; il comandante ArkadyAchab, solitamente oltremodo pavido, confida nelle sue scarse competenze metereologiche, non caga di striscio il nero e continua a navigare.
Dopo un’altra mezz’ora il nero si fa leggermente minaccioso; il comandante ArkadyAchab, spocchioso come un cefalo, continua ad ignorare la minaccia e non riduce le vele.
Dopo altri 10 minuti il nero comincia ad essere decisamente imbarazzante; al comandante ArkadyAchab comincia a sfiorare, ma solo a sfiorare, l’idea di aver fatto una cazzata ed annuncia l’equipaggio:
“ragazzi viriamo e puntiamo verso l’isola qui vicino che mi sa che prendiamo due gocce”
Passano DUE minuti, ed il comandante ArkadyAchab ha la certezza matematica di aver fatto una cazzata:
dal cielo viene giù l’ira di Dio, il mare monta delle onde di svariati metri, la costa scompare all’improvviso alla vista.
Il vento, quella simpatica canaglia, passa dai 15 nodi (al cambio circa 27,79 Km/h) ai 49 (al cambio 90,79 Km/h).
Il capitano ArkadyAchab, forte delle sue conoscenze marinare fondate sulla lettura di “Bolina”, si caca nelle brache.
Tanto.
In un barlume di lucidità il comandante ArkadyAchab ordina all’equipaggio, tranne il prode fiorentino, di rifugiarsi immediatamente sottocoperta in maniera da non stare in mezzo alle balle durante le manovre e, soprattutto, in maniera di non dover tentare un recupero di uomo a mare in mezzo a cotanto casino.
Concede il vomito libero.
Nel mentre una raffica di vento particolarmente dispettosa decide di inclinare la barca abbastanza da lasciare la testa d’albero (generalmente a 15 metri sul livello del mare) ad un paio di metri sul pelo dell’acqua.
Il rilascio di escrementi aumenta.
Immaginate di essere al timone mentre dal cielo si scarica una tonnellata d’acqua, cercando di prendere nella maniera più indolore possibile delle onde di4-5 metri che, anch’esse, ribaltano sulla barca - e sulla vostra personcina - un’altra tonnellata d’acqua. Immaginate di non vedere attorno a voi nulla se non spruzzi
Immaginate di non riuscire a tenere gli occhi aperti per via del sale
Immaginate di avere una cerata addosso, e di essere bagnati come dei pulcini
Immaginate di sentire la radio VHF che ogni 10 minuti trasmette un appello di MAYDAY da qualche altra barca nella vostra situazione
Immaginate una paura tale che il vostro pensiero, la vostra priorità non è più: “cazzo, devo riportare la barca a casa sana e salva” ma diventa “cazzo, speriamo nessuno si faccia male”
Immaginate che tutto questo duri 6 ore.

Alle 22,30 ora locale il comandante ArkadyAchab, il prode fiorentino, la barca e l’equipaggio tutto attraccano sani e salvi in porto (di rada, quella notte, neanche a parlarne).
Danni riscontrati: tutto sommato risibili: genoa strappato e gommino danneggiato, null’altro.
Commento del comandante ArkadyAchab alla fine di tutto ciò:
“Non ho mai avuto tanta paura in vita mia, ma adesso che è finita senza danni... che spettacolo che è stato…”
…occhiate maligne da parte dell’equipaggio tutto…
(giusto per non scatenare commenti perversi: la mia vacanza è durata due modeste settimane ad agosto, il silenzio recente è dovuto ad un momentaneo – spero – disinteresse verso la socializzazione elettronica)